Senza una PAC adeguata, Dieta Mediterranea a rischio

I tanti, troppi problemi sulla PAC che mettono a repentaglio l’agricoltura

Sono passati anni e ancora oggi, su vari canali di divulgazione, sui giornali online & offline, si legge di quanto la PAC (Politica Agricola Comune) sia lo strumento cardine per tutelare la nostra agricoltura – come una sorta di bacchetta magica sui generis che, in teoria, dovrebbe debellare i problemi della filiera produttiva.

Ad ogni modo, le sue linee guida non smettono mai di essere criticate. Trite, come un vecchio slogan mai rinnovato.
Certo, i più scettici potrebbero rispondere che: «se un impianto normativo è datato o complesso, ciò non implica che esso non funzioni». È vero: noi di GranoSalus non contestiamo la PAC in sé ma l’uso che se ne fa a danno dei prodotti nostrani – soprattutto quelli del Meridione.

La strumentalizzazione di una politica comunitaria

Perché continuiamo a spingere sulla PAC?
Perché si pensa che risolva tutto proprio in virtù dei suoi cinque punti:

  • assicurare un equo tenore di vita degli agricoltori;
  • garantire prezzi ragionevoli dei prodotti agricoli;
  • preservare la sicurezza degli approvvigionamenti (c.d. food security);
  • garantire la stabilizzazione dei mercati;
  • incrementare la produttività dell’agricoltura.

Eppure, in verità, i professionisti del settore non si confrontano abbastanza, a dispetto di quell’ampia fetta (31% del bilancio UE 2021-2027), con oltre 378 miliardi di euro di cui il 76,8% sul primo pilastro (i pagamenti diretti) e il 23,2% sul secondo pilastro (quello dello sviluppo rurale) che costituisce l’agricoltura europea.

Molti credono che discutere apertamente dei problemi sia inutile: se in apparenza tutto fila, perché complicare le cose?
Altri, invece, preferiscono non toccare temi spinosi: temono di dover ammettere che la PAC, dal 1962 a oggi, non è mai stata una vera politica industriale per il comparto, e che di fatto non ha salvato la Dieta Mediterranea.

Il primo passo, dunque, è quello di favorire una struttura che protegga chi realmente coltiva grano duro e produce cibo sano. Perché, se manca un pilastro concreto, la Dieta Mediterranea, nata nel Sud Italia, vacilla.

Ma è sempre più semplice seguire la solita via: dire che manca qualche aspetto e che esso vada “integrato” a favore degli agricoltori. Un classico pensiero risolutivo, figlio dell’illusione che basti una regola o uno standard qualitativo in più per evitare i problemi.

L’indeterminatezza normativa, in fondo, paga.
Quindi, cari enti e care istituzioni: se il vostro intento non è sinceramente quello di difendere il “grano pulito” e la sicurezza alimentare (food security), allora non riusciremo mai a colmare questo vuoto che danneggia l’agricoltura italiana – e i suoi derivati.

Perché non dobbiamo parlare solo di sussidi e di produttività

Tutti abbiamo sentito dire che la PAC mira a sostenere il reddito degli agricoltori, e quindi a mantenere un settore competitivo. Ecco: ridurre tutto a “produttività” è fuorviante. Quando la si brandisce per difendere l’efficacia della PAC – come se fosse l’unico indicatore del suo successo – la produttività diventa un argomento parziale.

Invece, il problema di fondo che affligge il Mezzogiorno è la paura di perdere la Dieta Mediterranea e la tradizione a essa correlata.

Per chi coltiva, difendere questa tradizione è un’impresa titanica: bisogna combattere le importazioni di grano umido, con micotossine, e lo spettro del glifosate, che in Canada si usa ancora, mentre in Italia è bandito.

Quando la situazione diventa ingestibile scatta la protesta: petizioni, appelli e denunce. E la risposta? Spesso un silenzio. Oppure un rinvio. O un vago «vedremo se si può fare qualcosa» che non cambia lo stato delle cose.

La cooperazione è l’unica strada

In un contesto così fragile, da osservatori esterni dobbiamo anzitutto intervenire a sostegno di chi, effettivamente, necessita di supporto concreto.

Basterebbe prendere atto del fatto che il Sud Italia sia la culla di una dieta unica al mondo, riconosciuta per i benefici anticancro e antiobesità. È necessario parlarsi, regolarmente, con trasparenza, e comprendere che certe agevolazioni dovrebbero prevenire l’arrivo di prodotti contaminati.

Sebbene una ristrutturazione della PAC possa servire, la maggior parte di noi sa che esistono già norme adeguate. Non abbiamo bisogno di nuove clausole; a patto, però, che si comprenda che l’obiettivo è in primis quello di tutelare un patrimonio alimentare prezioso.

Non incrementare i profitti. Preservare la qualità. Punto. Fermiamoci a ciò che davvero conta.

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *