Senza una CUN effettiva, crisi del grano duro irreversibile

I conti non tornano perchè la crisi del grano duro tricolore è grave, anzi gravissima

Uno dei problemi più insidiosi che ci preoccupano nella crisi del grano duro – tra stime discordanti, analisi di mercato e organismi di filiera – sono le distorsioni sui prezzi.

Quando analizziamo i dati e quando li comunichiamo, ci sono fondamentalmente due rischi. Il primo è quello di sovraccaricarci di numeri e riferimenti e, il secondo, è l’esatto opposto. A volte, specie quando si pensa che alcune informazioni siano già note, si trascurano i numeri e le fonti essenziali. E questo accade spesso.

È meglio o peggio?

Difficile dirlo, ma il secondo caso porta a esiti più gravi ed è anche il più insidioso. Se ometti le evidenze fondamentali, magari non te ne avvedi subito, e paradossalmente i fraintendimenti si moltiplicano: è così che si generano crisi latenti, difficili da sanare.

Un po’ di dati

Noi di GranoSalus ci riferiamo, in primis, alle rilevazioni dell’ISMEA, fin dai tempi in cui al Ministero dell’Agricoltura c’era Martina, che vanno incrociate con i dati dell’Antitrust in Parlamento.

Negli ultimi anni si è notato che il prezzo del cosiddetto “grano duro fino” italiano risulta spesso scollegato dalle dinamiche internazionali.

Noi di GranoSalus lo abbiamo evidenziato dal 2017 nel documento inviato alla Commissione Politiche Agricole, di cui fanno parte tutti gli assessori regionali.

In realtà ciò è emerso con ancora maggior forza in occasione delle audizioni dell’Antitrust del 4 febbraio 2020, in cui si è parlato di come, dal 2015 in poi, si sia consolidata una distorsione del mercato interno: i prezzi nazionali risultano sempre più bassi rispetto ai valori esteri pur essendo la qualità italiana un punto di riferimento per tanti pastifici.

Chiaro, no?

No. Tutt’altro. Qui, l’omissione non è affatto casuale ma si traduce in uno squilibrio di fondo: si conosce la discrepanza tra i listini però non si è coerenti nel prendere provvedimenti. Ancora oggi molti operatori si limitano a dire che le quotazioni del grano italiano continuano a calare ma non spiegano fino in fondo perché il divario con l’estero non si colmi. È questo il nodo più duro da sciogliere.

Le risposte del Governo

Nonostante il Governo abbia tentato di accelerare i tempi per rendere più trasparente la definizione dei prezzi e per chiarire i numeri reali della produzione, sul piano pratico il settore rimane esposto a continue fluttuazioni. E, come hanno rilevato solo alcune organizzazioni (CIA-Agricoltori Italiani Puglia, Confagricoltura Puglia e LiberiAgricoltori di Foggia), la semina del grano duro è seriamente in forse.

Meno dati confusi aiutano. Se si osservano le cronache recenti, risulta che le misure governative adottate in passato non abbiano rimosso le criticità che tengono il comparto in ginocchio.

Una delle soluzioni, in effetti, è stata la Commissione Unica Nazionale (CUN) per i prezzi del grano. Se ne è discusso a lungo in sede di filiera proprio perché si considerava questo organismo l’unico strumento in grado di garantire una corretta e trasparente previsione dei prezzi. Eppure, per via di continue resistenze da parte di alcuni trasformatori, la CUN ha conosciuto un avvio a singhiozzo. Prima sospesa nell’ottobre 2022, poi ripartita, poi interrotta e riavviata. A tutt’oggi non è ancora veramente effettiva: la sperimentazione sembra diventare eterna!

Cui prodest? Non di certo all’intera platea degli agricoltori e nè ai consumatori. La refrattarietà degli industriali è agevolata non solo dall’ inerzia di molte associazioni agricole ma anche dall’ ambiguità di alcuni dirigenti: forse bisognerebbe diffidare di quegli “agricoltori ibridi” che fanno i contoterzisti degli industriali…

Il rischio per il nostro grano è concreto? La risposta è affermativa

Senza dilungarsi in polemiche si può constatare che la legge non prevede di fatto una fase sperimentale della CUN così prolungata. Eppure, il percorso è rimasto bloccato e ha fatto sprofondare molte aziende agricole in una fase di incertezza generale.

Secondo Gennaro Sicolo, presidente della CIA Puglia tra le poche voci che si sono sollevate, l’istituzione piena e definitiva della CUN è imprescindibile per restituire equità e serenità agli operatori.

In varie interviste Sicolo ha ribadito che, se il processo legislativo non verrà reso strutturale, le distorsioni persisteranno mettendo a rischio il futuro stesso del grano duro, fiore all’occhiello di una tradizione secolare.

Il motivo è chiaro: senza un listino unico, i produttori non hanno la certezza di ottenere una remunerazione in linea con le reali dinamiche di mercato, e i compratori continuano a fissare condizioni che si appoggiano a parametri variabili.

A cascata, l’intero comparto entra in difficoltà, con ripercussioni sull’indotto e sull’economia locale.

Il perché delle sentenze è un segnale da seguire. A questo punto, conviene tornare alla base documentale. La sentenza del TAR di Puglia (n. 01200/2019), accogliendo il ricorso proposto da Granosalus, ha messo in luce come le borse merci si fondino spesso su rilevazioni meramente teoriche e infondate, prive di controlli incrociati, contravvenendo alle delibere di giunta n. 52 del 2009 e n. 67 del 2016, che imponevano parametri certi.

Inoltre, la stessa pronuncia ha portato all’annullamento dei listini settimanali dei prezzi del grano duro della Camera di Commercio di Foggia per gli anni 2016 e 2017. È evidente che un sistema basato su tali prassi risulti obsoleto, come riconosciuto dagli operatori stessi.

Meno incertezze, più futuro per il grano

Oggi come oggi, la prospettiva che la crisi del grano duro possa far sparire dai campi questa preziosa coltura non è solo un’ipotesi allarmistica: ci sono voci secondo cui molti agricoltori valuteranno se valga ancora la pena seminare. I conti non tornano: troppi ribassi, costi elevati, un misero premio accoppiato e nessuna garanzia di un reddito dignitoso spingono a prendere in considerazione colture alternative, magari meno prestigiose ma più stabili dal punto di vista della redditività.

Se si desidera salvare il futuro cerealicolo occorre agire. Per affrontare la lunga crisi del grano non bastano i buoni propositi o i tavoli di filiera se, di fondo, manca un meccanismo di formazione del prezzo fondato su criteri univoci e dati certi.

Questo vuoto favorisce le speculazioni che, sommate alla scarsa competitività, rischiano di far scomparire un prodotto simbolo dell’intero Mezzogiorno, della dieta mediterranea e del made in Italy con buona pace dei consumatori costretti a mangiare cibi di dubbia provenienza.

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