Granaio Italia e la sua promessa di trasparenza e tracciabilità
Granaio Italia è stato, fin dal giorno zero, sinonimo di una rivoluzione con la R maiuscola: un sistema di monitoraggio delle scorte di cereali e farine che promette di assicurare una dose di trasparenza extra in un settore spesso caratterizzato da incertezze e molte zone d’ombra.
L’idea è tanto semplice quanto ambiziosa: tracciare ogni chicco di grano e ogni sacco di farina dal luogo d’origine fino al prodotto finito al fine di rendere disponibili, in tempo reale, i flussi di materia prima e le loro metamorfosi industriali.
Un progetto che, sulla carta, doveva rivelarsi una vera pietra miliare per il comparto cerealicolo; un grande registro telematico in cui i protagonisti della filiera – agricoltori, trasformatori e distributori – potessero vedere raccontata, voce per voce, la storia di ogni lotto di grano.
Granaio Italia viene progettato, originariamente, per essere un libro virtuale aperto a tutti: un diario tracciabile in cui le frodi siano finalmente scovate sul nascere in modo tale da tutelare l’autentico Made in Italy.
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Non sorprende che l’idea sia un sogno coltivato a lungo da chi il grano lo vede crescere nei campi e ne conosce la fatica, minacciata dalla concorrenza dei prodotti d’importazione di provenienza incerta.
Ed è evidente che la tracciabilità supporta anche i consumatori sempre più consapevoli e desiderosi di sapere quale sia l’origine effettiva dei prodotti che vengono portati in tavola.
Un po’ di numeri
Granaio Italia prevede l’obbligo di registrare i movimenti di cereali superata una certa soglia annua.
30 tonnellate per frumento duro, avena, farro, segale, miglio, frumento segalato e scagliola; 40 tonnellate per il frumento tenero e l’orzo; 60 per il sorgo e 80 per il mais.
Un meccanismo concepito per chiarire, con dati certi, la situazione di un intero settore economico: dai campi alla macina, fino ai magazzini e ai forni che sfornano il pane di ogni giorno.
Il posticipo? Un fulmine a ciel sereno
Tutto pareva pronto per l’avvio (con tanto di conto alla rovescia per l’introduzione ufficiale di Granaio Italia prevista a marzo 2025).
E invece, la sgradita sorpresa: un emendamento sposta di mesi la data d’entrata in vigore rinviandola al luglio 2025.
In apparenza un ritardo contenuto. In realtà, chiunque abbia a che fare con l’agricoltura sa bene quanto possa pesare l’incertezza in un settore in cui i cicli di semina, la raccolta e la vendita rappresentano l’ossatura stessa del lavoro quotidiano.
Quello che era stato concepito per essere un grande passo in avanti verso la tutela dei prodotti nostrani subisce una brusca frenata e lascia agricoltori e consumatori col fiato sospeso.
E questa incertezza, inutile negarlo, sa di déjà-vu.
In teoria il progetto rimane immutato. Rimangono valide le buone intenzioni e Granaio Italia non è stato cancellato ma soltanto rinviato a un periodo di attesa che, per molti professionisti nel settore, è ingiustamente lungo. Perché, come spesso accade, ogni pausa in un percorso di trasparenza finisce per essere un’occasione mancata – o, almeno, rimandata.
E quando c’è di mezzo la tutela del Made in Italy, rimandare non è mai una consolazione.