La follia green europea mette a rischio la produzione agricola italiana?
Parlare di agricoltura e di normative ambientali – in un contesto in cui tutto sembra correre verso l’ideale di un futuro più sostenibile – non è mai un affare privo di conseguenze. Da un lato troviamo l’intento, nobile sulla carta, di preservare l’ecosistema e, dall’altro, una rete di regole che rischiano di strangolare la nostra produzione agricola minando l’identità stessa di un comparto che ha nutrito intere generazioni.
Riduzione dei pesticidi: sogno o salto nel buio?
L’Unione Europea ha stabilito che (entro il 2030) dovremo tagliare almeno del 50% l’uso dei prodotti fitosanitari.
Di primo acchito quello summenzionato sembra essere un traguardo nobile, ammantato di verde speranza, foriero di un futuro idilliaco in cui la terra potrà finalmente respirare e le falde acquifere fluire libere.
Ma è opportuno interrogarsi su quale sia il prezzo effettivo di questa grande rivoluzione green.
Il paradosso più evidente è il seguente: i divieti stringenti non si applicano ai prodotti agricoli importati da Paesi extra-UE – meno rigorosi sul fronte della sicurezza e della tutela del Pianeta. Il risultato? I nostri agricoltori si trovano a competere con merci estere messe in circolo in condizioni ben diverse. Manca quella necessaria reciprocità nel rispetto delle regole.
Questa concorrenza sleale, anziché aprire la strada a un’agricoltura di qualità, rischia di affossare le eccellenze italiane.
La frutta nostrana in declino
Le conseguenze si toccano con mano. Pesche, albicocche, ciliegie, nettarine… quei frutti che da sempre evocano i profumi dei nostri campi e della nostra tradizione mediterranea stanno diventando merce rara (e costosa) sulle tavole dei consumatori.
Fa un certo effetto pensare che, in un’epoca in cui si grida alla “sostenibilità”, rischiamo di spingere i consumatori a scegliere prodotti d’importazione provenienti da pratiche agricole meno attente e trasparenti.
La morsa delle normative e l’illusione di una sostenibilità a senso unico
Impossibile non notare l’ironia della situazione: l’UE si fa paladina di un’agricoltura green sì, ma intanto lascia aperta la porta a prodotti di origine extraeuropea che di green hanno ben poco.
Sembra il colmo di una filosofia che vorrebbe proteggere la natura, ma finisce per penalizzare chi, da sempre, cura la terra con dedizione e fatica.
E non è tutto: si parla di mettere al bando altre 30 sostanze nei prossimi anni; un passo che appare più come un salto nel vuoto che come un progresso garantito.
Ma i fitofarmaci cosa sono esattamente?
Forse conviene fare un po’ di chiarezza. I fitofarmaci sono prodotti – naturali o sintetici – studiati per proteggere le colture da parassiti, malattie o piante infestanti.
Li si suddivide per funzioni: gli insetticidi contro gli insetti nocivi, i fungicidi contro i funghi, gli erbicidi per tenere a bada le infestanti, e via dicendo. Senza di loro interi campi di grano dorato potrebbero trasformarsi in un deserto di spighe avvizzite; senza di loro, vaste estensioni di frutteti finirebbero preda di parassiti invisibili ma non meno voraci.
Certo, ogni strumento potente richiede responsabilità e regolamentazione. Nella ricerca scientifica ci si impegna continuamente a sviluppare fitofarmaci più sicuri e mirati. Ma se togliamo ai nostri agricoltori questi mezzi di difesa senza offrire alternative valide li abbandoniamo di fronte alle aggressioni che, inevitabilmente, la natura riserva.
Una deriva ambientalista “vuota”?
È quasi come se, nel nome di un nobile ideale, si stesse imponendo a un paziente di gettare via tutte le sue medicine senza che nel frattempo siano state create cure sostitutive altrettanto efficaci. Il risultato più probabile? Un organismo indebolito, esposto a rischi persino maggiori.
E allora, cosa possiamo fare noi, dal nostro angolo di mondo? Forse la prima arma è l’informazione: conosciamo davvero le normative europee? Abbiamo studiato i dati che illustrano in che modo questo taglio del 50% potrebbe colpire i nostri campi? Più comprendiamo, più saremo in grado di agire o quantomeno di discutere con cognizione di causa.
Poi, c’è la forza dell’unione: si possono creare gruppi, associazioni e comitati che diano voce a queste preoccupazioni. Organizzare eventi, condividere esperienze, far sentire la presenza di chi opera sul campo (è il caso di dirlo) e non vuole subire in maniera passiva le scelte calate dall’alto.
E non dimentichiamo l’importanza del sostegno diretto ai nostri produttori: comprare locale, fare un salto nelle aziende agricole e ascoltare le storie di chi lavora ogni giorno tra filari di piante e strade di campagna. Sono questi i gesti che tengono vivo un tessuto di competenze e di passioni che viene sempre più spesso trascurato da politiche poco lungimiranti. Basterebbe guardare all’esito del grano bio, praticamente indifferenziato nel suo valore.
Infine, l’educazione: parlare di agricoltura, fitofarmaci e normative ambientali anche nelle scuole, nelle università e nei luoghi di lavoro. Far circolare idee, confrontarsi, discutere apertamente: è da questi dibattiti che può sorgere una nuova consapevolezza.
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