FOOD&BEVERAGE: SETTORE IN CRESCITA

Il food&beverage italiano ha dimostrato una grande resilienza anche in tempi di crisi e di pandemia. L'export è cresciuto dell'89%. Si tratta adesso di sfruttare al meglio la sfida del Green Deal e convertire al bio le aree incolte. Ottime le performance della pasta.

Il food&beverage ha in Italia un fatturato che sfora i 140 miliardi di euro ed è uno dei settori chiave del manifatturiero italiano ed europeo.

Da noi, l’industria alimentare si colloca al terzo posto (dopo quella metalmeccanica e di produzione macchinari e attrezzature) per valore aggiunto creato, con un’incidenza sulla manifattura dell’11% e occupa il 12% della manodopera, con grandi ricadute nel settore manifatturiero.

La pandemia da Covid-19 ha fatto emergere una volta di più la resilienza e l’anti-ciclicità di questo sistema produttivo che è oggi di rilevanza strategica nazionale.

Il perdurare della pandemia a livello mondiale sta portando a importanti cambiamenti strutturali della modalità di distribuzione dei prodotti agroalimentari, così come sta mutando anche l’approccio e le occasioni di consumo degli stessi, l’organizzazione produttiva e commerciale delle imprese.

Nonostante il Covid, l’agroalimentare ha dato una prova di forza non indifferente, generando un aumento nel valore aggiunto del 19% nel pieno della Grande Recessione (2009-2019) contro una media del 7% per l’intero manifatturiero.

L’export è cresciuto dell’89%, il migliore tra tutti i settori della manifattura italiana e nonostante la sua struttura imprenditoriale frammentaria, dove le aziende con meno di 10 addetti rappresentano ben l’86% del totale.

Occorre un impulso in più, una spinta governativa per il sistema produttivo nazionale affinché questo raggiunga più facilmente i mercati esteri, sempre più centrali per il food&beverage.

Tuttavia, anche se il nostro export di food&beverage vale poco più della metà di quello olandese, il 62% di quello tedesco e il 74% di quello francese, nell’anno della pandemia, abbiamo portato a casa una crescita del 2,3% rispetto al 2019, contro una media UE-27 dello 0,3% e un calo subito dall’industria alimentare francese e tedesca.

Questa crescita media registrata dal nostro export non deve però illudere sul fatto che sia andato tutto bene.

Gli imprenditori accusano la chiusura della ristorazione e delle consumazioni “fuori-casa” (che in Italia incidevano fino al 2019 per circa un terzo sul valore dei consumi alimentari), il crollo degli arrivi di turisti dall’estero che hanno indubbiamente pesato sul fatturato dell’industria alimentare, tanto che le variazioni tendenziali a livello mensile sono tutte negative.

Al contrario, ci sono stati altri comparti che proprio grazie al lockdown hanno registrato aumenti nell’export a doppia cifra.

È il caso della pasta, cresciuta del 16% o dei derivati del pomodoro (+12%): la quarantena forzata e la diffusione dello smart working hanno stimolato i consumatori di tutto il mondo a passare più tempo ai fornelli e a consumare più cibo tra le mura domestiche.

Le vendite online in Italia di prodotti grocery (al cui interno il food rappresenta la componente maggioritaria) sono aumentate del 134% rispetto all’anno precedente, con punte ovviamente più elevate durante le fasi di lockdown (oltre +150%), ma comunque sostenute anche nei mesi di “libertà condizionata”.

Nuove saranno le sfide e gli scenari che attendono le imprese del food&beverage alla luce delle politiche economiche e commerciali portate avanti dall’Unione Europea.

Indubbiamente il Green Deal, con le strategie “Farm to fork” e “Biodiversity”, rappresentano sfide importanti per la filiera agroalimentare. Poiché in molti segmenti non siamo autosufficienti, una politica di qualità orientata verso il bio, com'è quella europea, potrebbe rendere produttive molte aeree oggi incolte.

Ed è questa una delle maggiori opportunità da cogliere nei prossimi anni.

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